Il valore dell'empatia nella relazione di aiuto

Come costruire una relazione d’aiuto efficace: io sono qui con te

Quando si vive una situazione difficile non bisogna aver paura di chiedere aiuto.

Il dramma esistenziale che viene posto al centro di una relazione d’aiuto ha insito in sé le proprie radici che si manifestano come l’incapacità parziale e/o totale di affrontare le criticità della situazione in essere.

Troppe cose sono rimaste irrisolte e purtroppo si sono incistate nello scorrere del tempo portando al momento attuale.

A questo punto è fondamentale non vergognarsi nel chiedere aiuto prima che la situazione declini definitivamente.

L’attesa può solo rovinare tutto e trasformare una situazione già difficile in un dramma.

Vediamo insieme come è meglio agire perché la situazione non degradi ulteriormente.

Il valore dell'empatia nella relazione di aiuto
Empatia

La relazione d’aiuto

“Quando aiuti qualcuno fallo per amore. Fluisci, dimentica che stai aiutando e comincia a prenderti cura”  Osho

Ogni relazione d’aiuto si basa su due presupposti fondamentali: il relazionarsi e il prendersi cura.

  • Relazionarsi con l’altro è sempre un rapporto alla pari fondato sul rispetto reciproco.
  • Gli uomini non sono isole e per loro necessità tendono a relazionarsi gli uni con gli altri. In una  relazione d’aiuto oltre che con il soggetto in difficoltà si entra necessariamente in relazione con le persone a lui più care e vicine: familiari, amici, datori di lavoro ecc…
  • Prendersi cura della persona in stato di fragilità significa far leva sulle sue potenzialità residue.

Burn-out: i rischi legati alle relazioni fondate sulla cura

Ogni relazione d’aiuto coinvolge profondamente i soggetti in gioco e nello specifico si possono verificare momenti di burn-out una sindrome legata allo stress lavorativo che porta l’operatore ad esaurimento psico-fisico caratterizzato dalla manifestazione di comportamenti apatici alternati ad atteggiamenti aggressivi e stanchezza profonda.

I principali stati d’animo che caratterizzano questa sindrome possono essere così riassunti:

  • Senso di solitudine: l’operatore si sente solo nello svolgimento del proprio lavoro senza supporto dall’istituzione in cui presta il proprio servizio. Questo stato d’animo è tipico in chi svolge l’attività di cura domiciliare.
  • Stress costante che genera nervosismo, perdita della pazienza, aggressività.
  • Frustrazione crescente nello svolgere la propria attività lavorativa giorno dopo giorno.
  • Demotivazione caratterizzata da apatia e stanchezza cronica.

Vi sono poi atteggiamenti spesso causati da condizionamenti e pregiudizi messi in atto dalle parti coinvolti nella relazione di cura che possono mettere in seria difficoltà la creazione di una relazione d’aiuto efficace. Esaminiamoli insieme:

  • Atteggiamenti quali il pietismo: ‘Poverino’ e il buonismo: ‘Ti salverò io’ creano una relazione sbilanciata dove l’operatore si pone come soggetto superiore all’utente ‘da salvare’ passando il messaggio: ‘da solo non ce la puoi fare’.
  • Un’eccessivo distacco emotivo a discapito di un approccio empatico che crea fiducia e apertura verso il futuro.
  • Un linguaggio pregno di tecnicismi che spesso l’utente fatica a comprendere.
  • La trasmissione all’utente di un senso di inutilità dell’intervento quasi fosse una ‘causa persa’.

Analisi di alcuni interventi di aiuto

In una relazione di aiuto è basilare la fiducia fondata sul rispetto e l’ascolto reciproco che nasce dall’esigenza esistenziale di dare risposta alla domanda: aiutami ad aiutarti.

Esistono diversi modelli e protocolli di relazioni di aiuto e come insegnante di sociologia nei corsi professionali ASA (assistente alla persona) e OSS (operatore socio-sanitario) porterò di seguito alcune esperienze di lavoro nella cura della persona.

  • Assistenza domiciliare
  • Relazione con la persona affetta da demenza
  • Vicinanza alla persona morente e alla sua famiglia

Assistenza domiciliare alla persona in difficoltà

Nella propria casa si conserva la storia e la memoria di ogni persona. In ogni ambiente domestico è consigliabile entrare sempre con discrezione senza voler sovvertire le abitudini di chi ci vive da sempre anche se in questo momento ha bisogno di sostegno e si trova in oggettiva difficoltà.

La cura del corpo di una persona ci permette di entrare in contatto intimo con la sua sfera più privata per questo sono fondamentali tatto e delicatezza nello svolgere le diverse mansioni di pulizia personale e ovviamente la stessa delicatezza deve essere messa in atto per la cura emotiva della persona e di tutte le cose che possiede e con cui noi entriamo in contatto necessariamente.

Un esempio di relazione d’aiuto nella cura domiciliare è rappresentato dal rapporto che si instaura con una persona affetta da demenza: esempio la malattia di Alzheimer.

Questa patologia tende progressivamente a far perdere l’autonomia: fisica, cognitiva ed emotiva della persona, compromettendone gradualmente le facoltà cognitive quali:

  • Memoria
  • Ragionamento
  • Linguaggio: difficoltà a nominare persone e cose

All’osservazione obiettiva l’utente può risultare:

  • Apatico
  • Distratto
  • Disinteressato verso l’ambiente circostante
  • Mette in atto dinamiche paranoiche come per esempio la sospettosità
  • A tratti diviene aggressivo, ansioso, depresso
  • Presenta delle alterazioni del ritmo sonno-veglia
  • Manifesta disorientamento spazio-temporale
  • Agisce comportamenti di disordine alimentare e cura di sé

Vicinanza alla persona morente

La morte altrui ci porta inevitabilmente a riflettere sulla nostra morte e sulla scomparsa delle persone che amiamo.

Nel nostro profondo poniamo in essere una ricerca di senso e di significato per realtà drammatiche quali la malattia, la sofferenza, il valore della terapia del dolore, l’eutanasia e queste riflessioni ci permettono di metterci in discussione non solo come addetti ai lavori di cura ma anche nella nostra sfera etica più intima.

Nel profondo dell’anima una paura mi agita e mi fa tremare il cuore

Perdermi in un arido deserto per non ritrovarmi altro che sabbia tra le dita

Analizziamo ora insieme come il concetto della perdita si può manifestare nella nostra vita, nell’esistenza delle persone a noi care e negli utenti che siamo chiamati ad assistere.

  • La perdita della salute fa paura a tutti. Il trovarsi invischiati in una malattia è in sé e per sé disorientante e getta in una dimensione di insicurezza verso il futuro, perdendo in tal modo i propri punti di riferimento esistenziale.
  • Perdita dell’autonomia. Lo confesso questa è la mia paura più grande. Anche solo l’idea di non essere più autonoma nel corpo e nel pensiero mi getta nella dimensione dello sconforto e mi lascia senza fiato.
  • La perdita del proprio stile di vita. Immagina per un momento di perdere le tue abitudini esistenziali, i tuoi punti di riferimento e di essere obbligato dalle circostanze a dover ridimensionare la tua vita che di giorno in giorno va gravandosi di problemi economici causati dalla perdita di lavoro, da guerre, calamità naturali ecc… come ti sentiresti?
  • Perdita del proprio ruolo familiare. Nella condizione di debolezza molto di ciò che eravamo va perso. Divenendo dipendenti dalle cure altrui spesso non ci si riconosce più nel proprio ruolo e da soggetto attivi, si pensi alla figura retorica del buon padre di famiglia, si diviene soggetti passivi che necessitano di cure costanti. Quanti in queste condizioni non si sentirebbero un peso per i propri cari? Alle volte l’amore non basta e si viene trascinati in un gorgo di tristezza e spossatezza esistenziale.
  • La perdita del proprio ruolo sociale può risultare devastante in chi si identifica in ciò che fa, nel proprio lavoro, nella propria posizione sociale. Gli studi dimostrano quanto sia traumatico il momento del pensionamento, in particolar modo se questo avviene per cause non dipendenti dalla propria volontà. Un sentirsi gettati in una nuova vita che spesso neppure avremmo scelto e/o voluto.
  • Perdita della vita, l’estrema manifestazione della perdita di sé. La morte tutto cancella e ci getta nella dimensione del non essere una dimensione di vuoto e silenzio, un portale che si apre sull’infinito. Di fatto questa è la paura più grande che tormenta l’uomo da sempre in quanto rende manifesto l’ignoto, l’inscrutabile destino dell’impermanenza umana.

Ti invito a vedere questo mio video: Riflessioni sul vivere e morire.

La relazione d’aiuto trova il proprio senso e significato restituendo significato e senso

È fondamentale che in ogni circostanza a tutte le persone coinvolte in una relazione d’aiuto vengano riconosciuti come diritti inalienabili i seguenti principi:

  • Il senso di identità, la possibilità di manifestarsi nella propria autenticità con i propri punti di forza e di debolezza, le proprie fragilità, le proprie credenze ed aspirazioni. In ogni relazione d’aiuto non deve mai mancare il riconoscimento dell’autodeterminazione soggettiva che fa di ognuno di noi un individuo in sé e per sé.
  • Quando non si presenti disfunzionale è indispensabile mantenere e favorire il legame dell’utente con la propria famiglia e con tutte le figure significative nella sua esistenza.
  • Nell’analisi oggettiva di ogni situazione esistenziale, per quanto drammatica possa presentarsi, è fondamentale dare un senso propositivo della realtà in cui vive la persona in difficoltà. Di converso è importante evitare ogni forma di drammatizzazione che tende ad ingigantire lo stato di necessità e minimizzare le potenzialità soggettive ed istituzionali caratterizzanti una relazione d’aiuto.

Per concludere questo articolo sul valore della relazione d’aiuto ti lascio il link all’articolo: Le relazioni di aiuto nel lavoro prosociale.

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